In Ṛgveda X, 15, 14 leggiamo: “Coloro i quali, bruciati dal fuoco e non bruciati dal fuoco, in mezzo al cielo s’inebriano per l’offerta (…)”. I due epiteti, agni-dagdha (“bruciato dal fuoco”) e anagni-dagdha (“non bruciato dal fuoco”) lasciano sottintendere la coesistenza di cremazione e sepoltura nell’India antica. Qualche inno più avanti (X, 18, 10-13), è la Terra stessa a venire invocata, per garantire al defunto un ricetto amorevole quanto quello offerto al bimbo, avviluppatovi, dal lembo della veste materna. Tale passo è stato variamente interpretato, potendosi riferire tanto all’inumazione tout court quanto al seppellimento delle ossa del cadavere raccolte dopo la cremazione. Da Atharvaveda XVIII, 2, 34, apprendiamo che alla coppia suddetta s’aggiungono altre due modalità (delle quali peraltro nulla ci viene illustrato): quella dell’abbandono dei corpi alle bestie carnivore e quella della non meglio definita “esposizione”, intesa dagli studiosi sostanzialmente come deposizione su una qualche piattaforma e dunque esposizione all’ambiente naturale. Sebbene si possa affermare con una certa sicurezza la netta prevalenza della cremazione in India sin dall’epoca vedica, i codici normativi hindū non mancano di prevedere delle eccezioni, come nel caso di bambini e asceti rinuncianti. In Manusmṛti V, 68 e 69, si legge infatti: “Il bimbo che muoia prima del compimento dei due anni va adornato di fiori, portato fuori del villaggio e seppellito in un terreno puro”, “non deve essere arso dal fuoco e nessuna libagione d’acqua gli deve essere offerta (…)”.
Nel caso dei saṃnyāsin, i rinuncianti, l’inumazione viene prescritta in quanto essi hanno tralasciato ogni forma di rito esteriore e sono come morti già in vita. I testi prevedono però delle differenziazioni in base alla categoria dell’asceta: alcuni vanno cremati, altri seppelliti, altri ancora abbandonati in acqua. L’incinerazione è proibita dalle fonti anche in altri casi, fra i quali la morte per suicidio, mentre delle norme speciali sono prescritte, per esempio, per la cremazione di donne incinte o morte durante il ciclo mestruale.
In Baudhāyanapitṛmedhasūtra III, 11, a proposito dei riti funebri prescritti per i rinuncianti, leggiamo: ci si dovrà recare a est o a nord del villaggio, scavare una fossa profonda quanto il bastone dell’asceta defunto, sotto un albero o sulla riva di un fiume o, ancora, in un qualsiasi altro luogo puro. Per tre volte la si aspergerà d’acqua e si getterà dell’erba sul fondo. Il cadavere, variamente ornato, vi verrà poi deposto con la recitazione di formule rituali, gli utensili che gli appartenevano in vita verranno collocati su diverse parti del suo corpo. Altrove ci viene detto che del sale va cosparso intorno alla salma (dopo averne spaccato il cranio per far sì che lo spirito fuoriesca agevolmente), la fossa va riempita di terra e un tumulo eretto per proteggere il corpo dagli animali carnivori.
Stando alle fonti, lo śmaśāna, ovvero il luogo di cremazione, deve trovarsi in uno spazio aperto e verdeggiante, privo però di piante spinose e\o lattiginose, leggermente elevato rispetto al terreno circostante. Lì giunto, il celebrante deve compiere per tre volte la circumambulazione rituale, in senso antiorario, del luogo prescelto e irrorarlo d’acqua, intonando il verso di Ṛgveda X, 14, 9. Su una lieve altura, nelle direzioni di sud-est, nord-ovest e sud-ovest, vanno collocati i tre fuochi sacrificali. In mezzo all’area scavata si erige la pira, sulla quale viene disposta una base di sacra erba kuśa e stesa una pelle d’antilope nera. Sulla pira, a nord del cadavere collocatovi, va posto l’arco del defunto, se guerriero. L’arco viene poi rimosso pronunciando i versi di Ṛgveda X, 18, 8-9 e, dopo essere stato fatto a pezzi, viene gettato sulla pira. La cerimonia deve proseguire con la disposizione su vari punti del corpo del defunto dei suoi utensili sacrificali e delle parti dell’animale sacrificato. Il celebrante deve poi offrire delle oblazioni di burro chiarificato nel fuoco Dakṣiṇa (“di destra”), pronunciando delle formule rituali e, infine, dare l’ordine di appiccare simultaneamente i fuochi.
Trascorso qualche giorno dalla cremazione, viene prescritta la celebrazione di una nuova cerimonia: lo asthisaṃcayana, la raccolta delle ossa del defunto (che oggigiorno, invece, si compie generalmente subito dopo la cremazione, disperdendo i resti nella corrente di un fiume, in special modo presso un luogo sacro. Nella letteratura purāṇica abbondano i riferimenti alla prescrizione di affidare le ossa del defunto alle acque del Gange). In Āśvalāyanagṛhyasūtra IV, 5, leggiamo: l’officiante deve compiere la circumambulazione in senso antiorario del luogo in cui è avvenuta la cremazione; spruzzarvi del latte misto ad acqua, pronunciando il verso di Ṛgveda X, 16, 14. Degli anziani in numero dispari devono procedere, con pollice e anulare, alla raccolta delle ossa, una dopo l’altra, a cominciare da quelle dei piedi, per finire col cranio, dopo averle ripulite tramite vagliatura. Quelle di un uomo vanno raccolte in un’urna priva di segni particolari, quelle di una donna in un’urna con due protuberanze, simboleggianti il seno. L’urna va poi deposta in una buca appositamente scavata in un luogo in cui non confluiscano delle acque (fatta eccezione per quella piovana) da direzioni differenti, col verso di Ṛgveda X, 18, 10. Nella buca va gettata della terra, tutt’attorno all’urna, pronunciando l’inno di Ṛgveda X, 18, 11, seguito da quello di Ṛgveda X, 18, 12. Un coperchio va infine posto sull’urna, col mantra di Ṛgveda X, 18, 13, e la buca va riempita. Secondo Kauśikasūtra 82, 29-32, l’urna deve essere seppellita alla base di un albero, col verso di Atharvaveda XVIII, 2, 25. Altrove apprendiamo invece che la raccolta delle ossa va effettuata da un numero dispari di donne della famiglia del morto o, qualora ciò non sia possibile, da altre donne. A una di esse spetta raccogliere quelle della testa, col mantra di Taittirīyāraṇyaka VI, 4, 2, deponendole in un’urna o in un lembo di stoffa. Una seconda donna deve raccogliere quelle delle braccia; una terza quelle delle anche; una quarta quelle delle gambe; una quinta quelle dei piedi. A raccolta terminata, l’urna va depositata alla base di un albero di śamī (Prosopis spicigera o Mimosa suma) o di palāśa (Butea frondosa). Anche per la scelta del luogo in cui erigere il tumulo ci vengono date, nei testi, delle indicazioni precise. Deve trattarsi di una zona amena in cui dell’acqua scorra da sud verso est e vi siano degli alberi a inghirlandarla, senza però impedire al sole di mezzogiorno di splendervi; lontana quanto basta a non essere visibile dal villaggio e non in prossimità di strade o di spazi aperti.
I tumuli funerari sopra le ossa del defunto devono avere forma quadrangolare e dimensioni non molto più grandi di quelle di un uomo − più larghi a ovest e a nord − e vanno circoscritti con una serie di pietre. L’area del tumulo va spazzata con un ramoscello di palāśa, poi si arano e seminano dei solchi lungo precise direzioni. Al sorgere del sole l’urna va svuotata e, dopo la loro purificazione, le ossa vanno disposte. Il rito deve proseguire con la deposizione di alcuni mattoni e la raccolta di terra in determinati punti spaziali; il tumulo eretto non deve essere troppo largo e la sua altezza deve dipendere dal gruppo sociale del defunto. Davanti al tumulo si fissano poi dei pioli di vari tipi di legno; si riempiono con latte e acqua due solchi fatti a sud e con acqua sette a nord. Infine, tre pietre devono essere gettate in ciascun solco settentrionale, e la cerimonia può dirsi conclusa. Dovranno ovviamente seguire dei riti purificatori per quanti hanno partecipato alla cerimonia stessa, un’abluzione in primis.

Laura Liberale

Laura Liberale, laureata in Filosofia (Università di Torino), è dottore di Ricerca in Studi Indologici (Università La Sapienza di Roma) e ha conseguito il Master in Death Studies & the End of Life (Università di Padova).

Bibliografia:

The Hymns of the Atharva-veda Translated with a Popular Commentary, Griffith R.T.H. (a cura di), 2 voll., E.J. Lazarus and Co., Benares 1896, 1916.
The Laws of Manu, translated with Extracts from Seven Commentaries, Bühler G. (a cura di), in The Sacred Books of the East Series, a cura di F. Max Müller, vol. 25, (Oxford University Press 1886), rist. Motilal Banarsidass, Delhi 2001.
Hymns from the Rigveda, Selected and Metrically Translated, Macdonell A.A. (a cura di), in The Heritage of India Series, Association Press, Calcutta, Oxford University Press, London 1922.
Kane P.V., History of Dharmaśāstra. Ancient and Medieval Religious and Civil Law in India, (5 voll.), (1930-1962), vol. IV, Bhandarkar Oriental Research Institute, Poona 1953.
Piano S. (a cura di), Luoghi dei morti (fisici, rituali e metafisici) nelle tradizioni religiose dell’India, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2005.

L’articolo riprende in parte un articolo dell’autrice tratto da

“Lo śmaśāna della tradizione hindū”, in “Luoghi dei morti (fisici, rituali e metafisici) nelle tradizioni religiose dell’India, a cura di Stefano Piano, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2005 (pp. 1-29).